Calle dei Orbi

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Foto di Roberto Lachin con bastone bianco all’ingresso di Calle dei Orbi a Venezia; sopra di lui è visibile il nizioleto con il nome della calle.

Nel cuore della Venezia più autentica, lontana dai grandi flussi turistici, Roberto Lachin percorre con il suo bastone bianco una calle dal nome evocativo: Calle dei Orbi.

Mentre cammina, racconta davanti alla telecamera una storia poco conosciuta ma profondamente legata alla città: quella della Confraternita degli Orbi, ovvero dei ciechi di Venezia. Il suono del bastone sul selciato diventa quasi un filo invisibile che collega il presente alla memoria di chi, secoli fa, percorreva quegli stessi spazi.

Il significato di “Orbi” e la presenza dei ciechi a Venezia

La parola “orbi”, nel dialetto veneziano, significa “ciechi”. Non è quindi un nome simbolico o casuale: indica una presenza reale e radicata nella città.

Alcune abitazioni della zona erano legate alla Scuola degli Orbi, e si ritiene che fossero destinate proprio a persone non vedenti. Questo elemento racconta una Venezia capace di organizzare forme di convivenza e assistenza già in epoca medievale.

La nascita della Confraternita degli Orbi

La Confraternita degli Orbi nacque nel 1315 sotto la protezione della Natività della Vergine Maria.

Nel tempo cambiò sede più volte: inizialmente era legata alla Basilica di San Marco, poi si spostò in altre chiese fino ad arrivare a San Moisè, dove i confratelli costruirono un proprio altare e un sepolcro.

Questi dettagli mostrano chiaramente che non si trattava di una comunità marginale, ma di un gruppo organizzato, riconosciuto e inserito nella vita religiosa e sociale della città.

Come vivevano e si sostentavano i ciechi

La Confraternita degli Orbi svolgeva una funzione fondamentale di assistenza e sostegno. I membri ricevevano aiuti economici, potevano abitare in case della confraternita e contavano su una rete solidale.

Le principali fonti di sostentamento erano:

  • elemosine e offerte dei cittadini
  • rendite derivanti da immobili di proprietà della confraternita
  • partecipazione a funzioni religiose e attività comunitarie

Accanto a queste forme di supporto, i ciechi potevano anche svolgere attività manuali e piccoli mestieri per mantenersi. In particolare, è attestato che alcuni realizzassero oggetti artigianali semplici e li vendessero direttamente, contribuendo così in modo attivo al proprio sostentamento e alla vita economica della città.

Curiosità e aneddoti storici

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il fatto che la confraternita possedeva diverse case già nel Quattrocento, segno di una certa solidità economica e organizzativa.

Un episodio documentato risale al 1813: una casa della calle crollò improvvisamente durante la notte. Una donna perse la vita, ma un neonato si salvò miracolosamente restando sospeso tra le travi, un fatto che colpì profondamente la comunità dell’epoca.

Un altro dettaglio significativo riguarda un’iscrizione presente sull’altare della confraternita, dove si leggeva che era stato realizzato “dai poveri ciechi”. Una frase semplice, ma potente, che racconta orgoglio, identità e partecipazione attiva.

Il racconto di Roberto tra passato e presente

Nel suo video, Roberto non si limita a raccontare la storia: la vive. Camminando lungo la calle con il bastone bianco, restituisce voce a un luogo che porta ancora impresse le tracce di chi lo ha abitato.

La Calle dei Orbi diventa così un punto di incontro tra epoche diverse, dove la memoria dei ciechi veneziani si intreccia con l’esperienza contemporanea.

Questa storia trova spazio anche nell’audiodramma “A Blind Story”, dove Roberto rielabora luoghi reali e vicende storiche all’interno di un racconto basato sui viaggi nel tempo. In questo contesto, la Confraternita degli Orbi diventa un elemento narrativo che unisce realtà e immaginazione, mantenendo però solide radici nella storia di Venezia.

Visita la pagina di A Blind Story

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